Cas Salorno, la visita del fotografo Mark Lyon

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27 giugno 2018 alle 18:09

“Voglio raccontare la vita dei migranti al di là di pregiudizi e tragedie. Uomini fra gli uomini grazie all’impegno delle cooperative”

A metà dicembre il noto fotografo americano Mark Lyon, docente della Columbia University a Parigi, ha fatto visita ai beneficiari del Cas Salorno di Roma, centro d’accoglienza gestito dalla cooperativa sociale Tre Fontane. Per la sua ricerca a carattere sociale, artistico e divulgativo, Mark Lyon ha ritratto i volti dei migranti e la vita all’interno della struttura prefettizia.

Abbiamo avuto modo di intervistarlo per farci raccontare il progetto fotografico.

Quali sono i punti chiave del suo lavoro?

Sono un fotografo ritrattista che preferisce lavorare servendosi di una reflex con obiettivo grandangolare e treppiede. Alla base di questa scelta c’è il desiderio di mettermi sullo stesso piano dei soggetti fotografati: durante gli scatti mi posiziono accanto a loro, quasi di fronte, evitando di “nascondermi” dietro la fotocamera. Non solo: grazie a questa tecnica e al mio “strumento di lavoro” in legno, faccio sentire i mie soggetti apprezzati e trattati in un modo unico, eccezionale.

Inoltre sono particolarmente attento nel ritrarre anche l’ambiente in cui vive la persona che fotografo. Creo così un legame indissolubile fra lei e ciò che la circonda. Preferisco non isolarla né trasmettere la sensazione che i miei soggetti siano solamente dei “campioni” di un lavoro a carattere scientifico.

Cosa vorrebbe comunicare alle persone con il suo lavoro? Quali aspetti in particolare?

Prima di tutto vorrei far capire che i miei soggetti sono delle persone di valore e che, in quanto tali, vanno onorate. In più vorrei che si capisse che li ho scelti come protagonisti del mio lavoro perché sono degni della mia e della nostra attenzione: sono membri preziosi della razza umana. Nel loro mettersi in posa per me leggo una responsabilità da prendere sul serio: di loro devo tracciare un ritratto che sia onesto e dia valore.

Chi apprezzerà le fotografie di questo lavoro, interpreterà il messaggio secondo la propria cultura. Di fondo nutro il desiderio che il pubblico possa identificarsi con quelle persone ritratte, capendo che esse, come noi, hanno aspirazioni, speranze e valori simili ai nostri; che non sono pericolose, estranee o parte dell’ignoto. Questo tipo di riconoscimento può generare un senso di empatia che le immagini della televisione e della stampa raramente possono ispirare.

Secondo lei, qual è il ruolo della moderna fotografia nel descrivere questa tragedia umana?

La fotografia è un mezzo di comunicazione universale. Il fatto che, rispetto ad altri mezzi, sia silenzioso non costituisce un limite: parla allo spettatore per vie interiori. Perciò ognuno di noi reagisce a suo modo, sperimentando di persona la forma e il contenuto delle fotografie nella propria intimità. Ne scaturisce un dialogo fra interiore e fotografia scevro dai pregiudizi della televisione o della carta stampata. Quindi, se nasce un sentimento o si arriva a una conclusione, questi sono il risultato di un percorso autonomo di comprensione ed empatia.

La crisi dei rifugiati, che l’Europa sta affrontando in questo momento, viene presentata al pubblico principalmente attraverso immagini spesso di proporzioni tragiche. Le morti per annegamento, fame o persecuzioni vengono trasmesse quotidianamente al pubblico attraverso immagini di grande intensità. Sono essenziali perché raggiungono ogni Paese del mondo, portando all’attenzione dei popoli le ingiustizie e i crimini commessi nei confronti di queste persone.

Tuttavia le immagini che ritraggono i rifugiati in situazioni diverse, dove non sono più delle vittime, sono rare. Per il pubblico vederli sotto un’altra luce, ovvero nel momento in cui conducono una vita da esseri umani onesti, rispettabili e laboriosi, diventa una necessità: il quadro della loro esistenza prende forma solo se andiamo oltre il pathos di questa crisi.

Se chi si lascia alle spalle la patria e la famiglia aspira a divenire un membro produttivo della società in un paese straniero, egli ha bisogno di essere visto in una luce positiva e senza pregiudizi.

Parliamo del suo stile: perché predilige le fotografie a colori?

Il colore descrive più accuratamente la realtà che tutti noi abbiamo di fronte. Una realtà percepita a colori. Il bianco e nero relegano la fotografia in un passato sospeso nel tempo. Il nostro presente, invece, è pericoloso. Sento l’urgenza di chiarire e sottolineare la situazione attuale proprio tramite il colore.

Dopo essere stato a contatto con i migranti, quali sono le sue impressioni? Cosa pensa dei centri d’accoglienza in Italia?

Vivo in Francia, un Paese che mi ha accolto e dove ho preso la residenza. Sono un immigrato che ha volontariamente abbandonato la sua patria per cercare una vita migliore altrove. In questo percorso di cambiamenti, sono stato aiutato dal governo francese. Ecco, alla lontana, posso dire di aver vissuto problemi e ostacoli che i migranti e i rifugiati devono affrontare per arrivare in Europa. Ciò che mi separa inevitabilmente da loro è la motivazione di questa fuga: loro scappano da guerre, persecuzioni, carestie e violenze. Inoltre i mezzi di fuga sono più pericolosi e le possibilità di sopravvivere sono drasticamente ridotte.

Quei migranti e rifugiati che ho incontrato al CAS Salorno mi hanno aperto le braccia. Mi hanno raccontato delle avversità che hanno dovuto affrontare ma che non li hanno segnati. Nella maggior parte dei casi, il loro sincero ottimismo e la fiducia in sé stessi per una vita migliore hanno prevalso. Ho avuto l’opportunità di parlare in modo informale con loro, così ho imparato qualcosa sulla loro vita prima che abbandonassero le proprie case. Anche sulla loro aspirazione di rifarsi una vita in Italia o altrove. Il loro nuovo ambiente era pulito e ben curato, il che li ha certamente aiutati ad adattarsi. Mi ha particolarmente colpito l’opportunità, offerta loro, di studiare l’italiano con un insegnante competente che li ha incoraggiati con tutto il cuore a eccellere.

Al Cas Salorno, per la prima volta, ho visitato e fotografato migranti e rifugiati. Il personale è stato molto gentile, attento e rispettoso della mia presenza e del mio desiderio di documentare le vite dei migranti a Roma. Ho percepito come comprensione e intelligenza fossero le forze operanti lì al Centro.